Herbert Charles Orslow Plumer

E’ abbastanza lampante: la guerra è uno dei motori del genere umano.
Le lotte armate, ci piaccia o meno, sono esistite da che esiste l’uomo e sono sempre state accompagnate da un progresso scientifico enorme, da invenzioni divenute poi fondamentali nella società civile e da strumenti sempre più raffinati e potenti che ci hanno permesso di ucciderci in maniera sempre più efficace.
Si può dire che in un certo qual modo sono i conflitti a farci progredire come umanità, con tutto ciò che ne consegue.

La storia di oggi vuole rispondere a un semplicissimo quesito: qual è la più grande esplosione causata artificialmente prima dello scoppio della bomba atomica?


Herbert nasce a Torquay, nel sud dell’Inghilterra, nel 1857.
Dopo un’infanzia relativamente tranquilla viene rimbalzato dalla famiglia abbiente da un prestigioso collegio militare all’altro fino a uscire diplomato nel 1876 alla Royal Military Academy di Sandhurst con il rango di ufficiale all’interno del reggimento di York e Lancaster. Per i successivi diciassette anni (un periodo inusualmente lungo) decide di servire come aiutante in Sudan sotto il comando di Sir Gerald Graham, venendo segnalato più volte per l’ottimo lavoro svolto.

Nel 1896 viene trasferito in Sudafrica, dove i piani alti rimangono piacevolmente colpiti dalla sua idea di creare un corpo di fucilieri a cavallo di cui possono testare l’efficacia allo scoppio della ‘Seconda guerra di Matabele’, un conflitto che vede contrapporsi l’impero britannico e il popolo nativo dello Zimbabwe, gli Ndebele, che -anche giustamente- erano abbastanza stufi di dover sottostare all’autorità del popolo del cheddar e approfittarono di un momento di carenza di truppe armate nella regione per dare inizio ad una rivolta, confidando di poterla trasformare in rivoluzione.

Decisamente più organizzati dei gilet gialli.

L’unica cosa male calcolata fu l’entità rinforzi nemici che in breve tempo sciamarono nel paese da tutte le direzioni.
Per Plumer ed il suo contingente fu un grande successo.
Un po’ meno per i nativi che vennero sistematicamente massacrati, ma di quello in pieno colonialismo -e poi nemmeno oggi- non frega niente a nessuno.
Quello che colpisce molti invece è la figura di quest’abile comandante vittorioso che gli anni successivi vedranno impegnato in una continua scalata alla gerarchia militare.

1915: prima guerra mondiale.
Il generale britannico Douglas Haig, un uomo amichevolmente soprannominato dai suoi stessi sottoposti ‘macellaio’ per il vezzo che aveva di emettere ordini che causavano ogni volta migliaia di morti all’urlo di: “la mitragliatrice mai rimpiazzerà il cavallo come strumento di guerra!” sta scorrendo il dito sulla mappa del fronte di battaglia, provocando nei fieri soldati del re una stretta fortissima all’ano.

Cavalleria intensifrizz.

Haig accarezza l’idea di uno sbarco in forze nelle Fiandre occupate.
Il piano prevede enormi piattaforme galleggianti con cui trasportare intere divisioni per arrivare all’obiettivo di conquistare la fascia costiera nei dintorni di Middlekerke per poi spostarsi ad Ypres e consolidare una testa di ponte.
Un problema: l’altura di Messines, da cui i tedeschi trincerati in forze controllano agevolmente l’intera zona non aspettando altro che un tentativo di avanzata mentre si fregano le manine crucche sulla loro artiglieria.
Al ‘macellaio’ serve un uomo benvoluto dalla truppa e che abbia già dimostrato le sue doti di comando, qualcuno gli fa il nome di Plumer, il resto è abbastanza scontato.
Herbert viene messo al comando di dodici divisioni, con il compito dichiarato di riprendersi Messines.

 

Fosse facile.


Il nostro eroe, a differenza di altri, è uno di quei comandanti che ha a cuore la vita dei suoi uomini, odia il preconcetto diffuso che basti mandare a schiantare contro le difese nemiche ondate su ondate di corpi per vincere la guerra e più di tutto gli sta sul gozzo chi lo invita ad usare i suoi contingenti di cavalleria come aprifila per la carne da cannone che sarebbe seguita a piedi.
Messines è arroccata dietro una moltitudine di linee di trincea, mitragliatrici, cecchini e valanghe di filo spinato.
In particolar modo appare evidente che puntare ad attaccare il saliente (una sorta di sacca nello schieramento avversario creato apposta per massacrare chi prova ad occuparlo) di Wytschaete, sarebbe stato un inferno da cui in pochissimi sarebbero usciti vivi.


“Signore abbiamo stimato una perdita complessiva pari a tutte le nostre dodici divisioni e anche se per un qualche miracolo riuscissimo a penetrare le loro difese reggeremmo un paio di assalti, poi si riprenderebbero subito le postazioni e saremmo punto e a capo”
“No, così non va affatto bene…ci deve essere un altro modo. Non ho intenzione di sacrificare migliaia di vite per niente!”
“Signore, comunicazioni dall’alto comando! La situazione a Verdun e nella Somme è di primaria importanza. Ci ordinano di tenere la posizione e attendere nuove comunicazioni per l’avanzata.”
“Abbiamo del tempo quindi. Chieda loro se Messines la vogliono intera o meno.
“Signore?”
“Se non possiamo prenderci questo fottuto monte lo cancelleremo dalla faccia della terra!”

Il piano degli inglesi sulla carta è semplice: scavare delle gallerie sotto alle difese tedesche, riempirle di esplosivo e godersi i botti da lontano sorseggiando un buon tè.

L’esecuzione presentava però alcuni problemi:

– Il terreno era un incubo.

Nella zona tra falde sotterranee e infiltrazioni varie una qualsivoglia galleria sarebbe durata quanto un misofobico in un ospedale da campo. Plumer ovvia al problema facendosi spedire da Londra due geologi con i controcazzi che individuarono in prondità uno strato d’argilla sotto il quale si sarebbe potuto scavare in relativa sicurezza.
L’unico problema era che si parlava di PARECCHIO in profondità (nell’ordine dei quaranta metri per almeno cinque chilometri di lunghezza). Ci sarebbe stato da faticare.

– la strategia di scavare dei tunnel sotto le trincee non era proprio una novità a questo punto della prima guerra mondiale.
I tedeschi si aspettavano una mossa simile e incominciarono anche loro a sforacchiare il terreno per incrociare i tunnel inglesi. Per tutto il periodo di preparazione alla battaglia venne creata una rete di scavi più vicini alla superficie per attirare le attenzioni tedesche e mascherare i tunnel focali nella strategia. Funzionò.
I genieri dei rispettivi schieramenti si incontrarono sottoterra in diverse occasioni, scannandosi in corpo a corpo e facendo saltare le gallerie avversarie ma nessuno dei difensori ebbe nemmeno il sentore di cosa stava per accadere, se non quando era ormai troppo tardi.


Nel giugno del 1917, dopo che anche la seconda battaglia dell’Aisne giunse ad uno stallo di trincee, Herbert riceve l’ordine di procedere verso Ypres togliendosi di torno quel monte maledetto.
Lo prende in parola.

Ventidue enormi mine di dimensioni variabili per un totale di QUATTROCENTOCINQUANTACINQUE TONNELLATE di esplosivo Ammonal (composto da nitrato di ammonio, polvere di alluminio e polvere di carbone) vengono collocate nelle gallerie in profondità che per oltre un anno i genieri si sono adoperati a costruire.
La notte prima dell’inizio dell’offensiva il generale Plumer, al tavolo di guerra con gli ufficial, sentenzia: “Gentlemen, we may not make history tomorrow, but, we shall certainly change the geography”.


Il 21 maggio inizia l’offensiva. L’artiglieria britannica martella imperterrita per diversi giorni le postazioni difensive ed entrambi gli schieramenti fanno levare in volo i neonati caccia per abbattere i palloni aerostatici d’osservazione che hanno il compito di riportare i rispettivi spostamenti di truppe, con il risultato che a terra, in aria e ovunque è un susseguirsi di esplosioni e morti.
E’ un inferno.
E’ la guerra.
Il 7 giugno viene dato l’ordine di avanzata da terra e lo spettacolo che si trovarono davanti i soldati della prima ondata è ben descritto da Erich Maria Remarque, scrittore tedesco presente dall’altra parte della barricata:


“Vediamo vivere uomini a cui manca il cranio; vediamo correre soldati a cui un colpo ha falciato via i due piedi e che inciampano sui moncherini scheggiati, fino alla prossima buca; un caporale percorre due chilometri sulle mani, trascinandosi dietro i ginocchi fracassati; un altro va al posto di medicazione premendo le mani contro le budella che traboccano; vediamo uomini senza bocca, senza mandibola, senza volto; troviamo uno che da due ore tiene stretta coi denti l’arteria del braccio per non dissanguarsi; il sole si leva, viene la notte, fischiano le granate, la vita se ne va a goccia a goccia. Ma quel pezzetto di terra sconvolta sul quale stiamo viene mantenuto contro le prevalenti forze nemiche: poche centinaia di metri soltanto si dovettero cedere. E per ogni metro c’è un morto”

Alle 03:10 viene dato il segnale per l’esplosione che avrebbe aperto la via alla seconda ondata di fanteria inglese.
Due mine non detonano per malfunzionamenti, una viene disinnescata dai genieri tedeschi ma il resto delle quattrocento tonnellate detona come programmato.
L’esplosione immane fu udita distintamente anche da Londra e Dublino.
Una colonna di fuoco erompe dal terreno illuminando a giorno la notte, devastando il saliente, l’intero monte e disintegrando in un attimo l’intera 3a divisione bavarese, diecimila uomini che un attimo erano lì e l’attimo dopo sparpagliati nell’arco di diversi chilometri.
Il botto più grande causato dall’uomo fino a quel momento.

Uno dei piccolissimi crateri provocati.

Appena gli stessi inglesi si riprendono, spianano ciò che resta delle difese con colpi d’artiglieria caricati a gas (la causa maggiore di perdite inglesi nella battaglia, dato l’assembramento di truppe ed il tiro non proprio impeccabile) e caricano a testa bassa nelle trincee.
Dopo neanche tre ore di scontro i tedeschi capiscono la mala parata e si ritirano lasciando dietro di sè 7000 prigionieri, 75 cannoni, 95 mortai e 300 mitragliatrici.
Plumer viene osannato come un eroe, la battaglia è vinta e tutti gli obiettivi prefissati raggiunti.
Rimane solo un problema.
Due mine risultano inesplose, i tunnel dove sono state collocate sono collassati e il paesaggio in superficie è talmente cambiato che è diventato pressochè impossibile capirne la posizione.
“Eh, vabbè, se non sono esplose fino adesso”
“Massi’ non esploderanno mica da sole”


Estate 1955: campagna belga.
Le nuvole sono basse e nell’aria c’è quel buon odore di ozono che contraddistingue un temporale estivo.
È tutto molto bucolico e tranquillo, su una collinetta una mucca rumina tranquillamente menBOOOOOOOOOOOOM!
Niente più mucca.
Niente più collina.
Niente più tranquillità.
Al loro posto un cratere di sessanta metri e profondo venti.

Ad oggi rimane ancora una mina inesplosa vecchia di cent’anni, sepolta sotto circa venti metri di terra e caricata con diciotto tonnellate di Ammonal.
Doveste capitare nei dintorni, io un pensierino a lei ed al generale Plumer lo farei.

Mine, potenza e crateri.
Gentilmente offerti da Wikipedia.

 

Luca Porrello

Vivo in un bosco. Soffro di insonnia. La combatto scrivendo (e bevendo). E' partito tutto così. Se vi è piaciuto quello che avete letto cercate Personalità Buffe anche su Facebook.

2 pensieri riguardo “Herbert Charles Orslow Plumer

  • 3 Gennaio 2019 in 20:36
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    “La guerra è il motore del mondo”, però, ha un po’ rotto il cazzo come “il più antico mestiere del mondo”.

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    • 3 Gennaio 2019 in 20:47
      Permalink

      Non per questo è meno vero.

      Risposta

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